Cocktail e Performance

di Stefano Stradaioli

Do I want the dreams 
The ones we're forced to see

Aveva abbandonato il posto di lavoro, quel ristorante dove si alternava come cuoco di giorno e barman la sera, con scarso riconoscimento. Aveva comprato dei biglietti per un concerto ed era salito sul treno. Conosceva poco il gruppo, una band quasi rock in voga negli anni 2000, ora decisamente sotto la cresta dell’onda. Qualcosa della loro musica gli era piaciuto, ma si sa, da adolescente era facile innamorarsi della prima canzone che passava MTV.
Ora invece era un uomo, da qualcuno definito “pienamente funzionale ed inserito nella società”. Un lavoro part time, mezzo stipendio in nero, una laurea nel cassetto, non poteva proprio lamentarsi.

Perché stava andando a quel concerto?

Si rigirava tra le mani il taccuino dalle pagine bianche dove era solito prendere appunti e disegnare. Gli piaceva l’arte, finché non richiedeva troppo impegno. Quella buona per darsi un tono, insomma. Aveva con sé la sua storica sciarpa da rappresentante di istituto, una borsa con un cambio e un altro paio di amate cianfrusaglie.
Ripensava a quella mattina, cercando di ricostruire l’accaduto. I suoi ricordi erano confusi. C’erano dei vuoti, come se non fosse stato sempre pienamente cosciente. Avrebbe dovuto essere turbato, invece si sentiva euforico.
Ad un tratto il treno si fermò e lui la vide. Una donna, bellissima. Un impeto lo colse, a fatica si trattenne dal cominciare a disegnarla. Traboccava di voglia di creare. Era bastato uno sguardo. Forse già la amava?

Non era più sul treno. Il sole era calato. Un altro vuoto? Al limitare del suo sguardo la donna riappariva, e lui proseguiva. Ogni volta un luogo e un tempo diverso. Ecco com’era giunto li: la stava seguendo. Ma qualcos’altro lo chiamava. Una musica, distante. Fruscii di seta, traboccare di coppe, risate. Odore di alloro.

Di fronte a lui ora c’era il bancone di un locale. Lui se ne stava impalato, taccuino e biglietto del concerto in mano. I fonici stavano preparando l’esibizione della band. Il barista gli allungò un cocktail dorato, e gli sorrise.

“Offre la casa. Ambrosia.”

“Sembra pretenzioso.”

“Lo è.”

Lo assaggiò, critico. Del resto, era il suo mestiere. Era dolce, ma non riusciva a distinguere alcun ingrediente. Tutti i suoi sensi si inebriarono, il cuore cominciò a battergli all’impazzata.

La musica lo avvolgeva. Il concerto era nel suo vivo. Ora si trovava tra il pubblico, circondato da persone inebriate come lui, sudate e gioiose. Alzò lo sguardo e incrociò lo sguardo con il frontman del gruppo. Un uomo di mezz’età, stempiato, non proprio in forma, con una vecchia giacca in pelle nera eccessiva persino come stereotipo. Il frontman gli sorrise, dal palco, e lo indicò. Poi iniziò l’assolo. Le mani di lui correvano sulla Gibson, la voce della chitarra era struggente e appassionata.

Un riflettore si accese sopra di lui. Era al centro della platea, completamente solo. Un altro riflettore puntava sul frontman, anch’egli solo sul palco. Continuava a suonare, ma il suo aspetto era diverso. Riccioli castani, pelle splendente, vesti antiche e candide. La chitarra si era fatta cetra. La musica era sempre struggente, e portava un messaggio, ora chiaro e nitido. Suo padre gli stava parlando. Gli disse molto, in poco tempo. Poi gli sorrise.

Il pubblico gridava e correva, spingendosi, in preda al panico. La musica si era interrotta. Il palco era vuoto. Figure mai viste, colorate, non umane, vi erano mescolate, alcune ostili e alcune spaventate. Vide ancora la donna, che fuggiva. Prese a correre verso di lei, ma una figura imponente, munito di corna nere, lo gettò a terra. Rotolò per le scale, trovandosi faccia a terra in un vicolo. La vide venir caricata su un furgone. Un fischio di gomme bruciate, ed era sparita.

Alzò lo sguardo, dolorante. Di fronte a lui c’erano altre tre persone. Erano come lui, lo sapeva. Epigoni, figli bastardi degli dei. Uno si fece avanti, aiutandolo a rialzarsi.

“Benvenuto nella realtà, stronzo.”

“Dobbiamo riprenderla. È la mia musa.”

“Si chiama Clio, e non è tua. Ma sulla musa hai ragione.”

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