La Casa d'Aste

di Stefano Bitossi

Segui Via Allende per settecentosettantasette passi, svolta a destra nel vicolo, cammina fino alla porta bianca e bussa tre volte: queste erano le indicazioni sul pezzo di carta ingiallita che Giorgio stringeva tra le dita.

Aveva dovuto sganciare all’uomo morente ben quattro soldi per avere quelle informazioni, ma se si fossero rivelate corrette si sarebbe potuto considerare contento del prezzo pagato.

Settecentosettantasette passi, il vicolo a destra, la porta bianca. Tutto coincideva.

Giorgio ripose nella tasca dei pantaloni il piccolo foglio ingiallito, inspirò e poi con la piccola mano sinistra chiusa a pugno bussò una, due, tre volte.

La porta si spalancò di fronte a lui: a tenerla aperta vi era un uomo piuttosto anziano, di circa quarant’anni, con il volto innaturalmente lungo e stretto, i capelli corvini ben ordinati e pettinati all’indietro, abbigliato come un maggiordomo d’altri tempi. Un netto contrasto con Giorgio, vestito esclusivamente dei migliori stracci che si potessero trovare al mercato.

«Benvenuto, gradito Ospite, benvenuto!»

Disse il maggiordomo inchinandosi reverenzialmente; Giorgio rimase un attimo sorpreso da quel comportamento, ma non lo dette a vedere.

«Quanto manca all’inizio?»
L’uomo si voltò a guardare dietro di sé, dopodiché, rivolgendosi nuovamente all’ospite sulla soglia, rispose: «Le lancette del mio orologio dicono non molto.»

Si scostò, facendo segno con il braccio di entrare. Varcata la soglia, Giorgio ebbe una vista completa dell’ambiente: le pareti erano color dell’ambra, mentre il pavimento rivestito di marmo nero e bianco a scacchi; nel centro della stanza, una lunga scrivania in legno su cui poggiava un piccolo taccuino cremisi, una penna d’oca lunga un palmo di mano e un vecchio telefono a rotella nero con dettagli color oro, mentre dietro la scrivania era posizionata un’alta sedia anch’essa in legno dallo schienale riccamente decorato che pareva tutt’altro che comoda. Sopra la sedia, appeso alla parete, vi era l’orologio consultato dal maggiordomo: la lancetta corta era posizionata sul “non” mentre quella lunga era sul “molto”.

La porta si chiuse alle spalle di Giorgio, sparendo completamente alla vista.
«Buffo.»
«Posso chiedere cosa, gradito Ospite?»
«La stanza è circolare, ma fuori l’edificio è normale.»
«Normale? In che senso?»

Giorgio rimase in silenzio, soppesando il senso delle sue parole. Il soffitto aveva una forma cupolare, dando all’intera stanza le fattezze di un emisfero. Il maggiordomo si mise dunque a sedere dietro la scrivania, aprì il libro cremisi ed impugnò con la mano destra la penna d’oca lunga tre palmi.

«Il suo nome, gradito Ospite?»
«Giorgio.»
«Solo Giorgio?»
«Solo Giorgio.»

Il maggiordomo fece un cenno di assenso, intinse il pennino nel calamaio e vergò in nero inchiostro “Giorgio Solo” sul grande tomo cremisi, dopodiché lo richiuse e ripose la penna d’oca lunga cinque piedi al suo posto.

Il giovane studiò l’orologio: la lancetta lunga si era spostata su “ancora”.

«Desidera accomodarsi in sala, gradito Ospite?»
«Sì», rispose Giorgio, sospirando sollevato; l’idea di rimanere ancora da solo con il maggiordomo non lo allettava affatto. «Dove…»
«Prego, mi segua.»

Il maggiordomo si alzò dalla sedia, si avvicinò alla parete alle sue spalle e aprì una porta che Giorgio non poteva non aver notato, ma che comunque non aveva notato. La sala era già colma di partecipanti: corpulenti uomini d’affari, signori del crimine organizzato, rampolli di famiglie nobili, membri del Congresso.

Quarantatré tra le persone più ricche ed influenti del Mondo, sedute su semplici sgabelli di legno con in mano una piccola paletta numerata.

Il brusio del parlottare comune si fermò all’ingresso di Giorgio nella stanza, per poi riprendere con la medesima intensità subito dopo come se niente fosse accaduto. Giorgio passò in rassegna il volto dei presenti: con i suoi dodici anni era sicuramente il più giovane. “Bene,” pensò “una freccia in più al mio arco.”

Le pareti della sala erano bianche panna, ma l’intonaco era a malapena visibile da quanto erano riccamente addobbate da tele e dipinti di vario genere. Tre porte erano presenti nella stanza: due sulla parete est, una blu e una verde, e una porta rossa sulla parete ovest.

«Dove porta la porta blu?»
«Ma gradito Ospite, la porta blu è quella che ha appena varcato, è l’entrata, mentre la porta rossa è l’uscita.»

«La porta verde invece dove conduce?»
«Al bagno.»
«Ah.»

Il maggiordomo gli porse una paletta bianca identica alle altre. Riportato in blu, il suo numero: 44. Giorgio notò poi che come le palette anche gli sgabelli erano numerati: sei file di sette sgabelli e una fila di due. Il quarantaquattro era l’unico seggio rimasto vacante.

Il ragazzo prese dunque possesso dello sgabello a lui destinato. Alla sua sinistra, al numero quarantatré, una signora al limite dell’obesità, di circa cinquant’anni, vestita con un abito rosso rubino così aderente da lasciare poco spazio all’immaginazione o ad alcunché. Al polso sinistro portava un braccialetto in oro, uno in argento e uno in bronzo, al polso destro un braccialetto in mercurio, uno in palladio e uno in cadmio, mentre ognuna delle sue dieci corpulenti dita era cinta da un anello tanto stretto da sembrare che le mani fossero ingrassate dopo averli indossati; al collo, una collana così lunga da arrivarle al grembo, e sopra la chioma di capelli biondo scuro che era palesemente una parrucca poggiava un grande cappello a tesa larga. La signora muoveva continuamente un ventaglio per farsi aria al volto, provocando il tintinnio dei braccialetti in mercurio, in palladio e in cadmio.
Aveva un’espressione mista tra il disgusto e l’insofferenza, e sudava copiosamente. A Giorgio ricordò un maiale: un grosso, grasso maiale in forno. La signora si chinò, prese la borsetta che aveva poggiato ai piedi dello sgabello e ne estrasse una succosa mela rossa.

Il parlottare degli astanti venne sovrastato dal tintinnio di una campana, seguito dal silenzio di un battito di ciglia.

«Benvenuti a tutti voi, graditi Ospiti!» il maggiordomo si stava esibendo in uno squisito inchino di fronte a tutti i presenti: il suo volto, così allungato e stretto, quasi sfiorava il pavimento, dopodiché si rialzò e riprese a parlare. «Benvenuti alla nostra modestissima Casa d’Aste; speriamo che ognuno di voi possa trovare ciò che anela, e che sia in grado di ottenerla in cambio del giusto prezzo. Lascio dunque la parola al nostro direttore, il Banditore.»

Si incamminò dunque verso la porta rossa, e come uscì dal campo visivo di Giorgio dalla porta verde entrò un uomo di circa quarant’anni, dal volto innaturalmente lungo e stretto, i capelli corvini ben ordinati e pettinati all’indietro; indossava un completo color castagno scuro e una camicia azzurro fiordaliso, e dal taschino della giacca faceva capolino un foulard rosso con fantasia arabesque.

«Buongiorno signore e signori, buongiorno. Iniziamo l’asta di quest’oggi: il primo articolo, lotto numero zerozerouno.»

Un giovane uomo, agghindato con un completo nero e il volto coperto da una maschera di porcellana, entrò in sala varcando la porta verde con in mano un vassoio d’argento sul quale erano poggiate quattro piccoli oggetti.

«Le zampe della tartaruga da corsa: base d’asta cinque sorrisi. Cinque sorrisi dal numero ventuno grazie, sette sorrisi dal numero dieci grazie, otto sorrisi dal numero trentatré grazie… »
«Offro dodici minuti di solletico al pancino!» Urlò con tracotanza il numero undici: si trattava di Alessandra Lanfranchi, membro del Congresso, Ministro al Sottosegretariato per i trasporti pubblici, privati e un po’ e un po’. Il suo abito grigio plumbeo mal si sposava con la folta chioma rossa acconciata a torre, così simile all’emblematica opera architettonica del Bonanno, il volto era solcato dalle rughe, e le dita, dalle quali nascevano unghie lunghe anche tre centimetri rosse quanto l’acconciatura, mostravano chiari segni di un consumo smodato di tabacco.


«Venduto al numero undici per dodici minuti di solletico al pancino; grazie mille. Passiamo ora al lotto numero zerozerodue: lo zoccolo duro del Movimento Democratico, base d’asta mezzo chilo di fatti.»

Mentre le piccole palette bianche con i numeri blu si alzavano e si abbassavano al ritmo della voce del Banditore, l’uomo di fronte a Giorgio, il numero trentasette, scattò in piedi: aveva circa quarant’anni, corti capelli castani e occhi color nocciola, vestiva un abito blu marino e una cravatta nera a righe bordeaux, il volto ben rasato sembrava abituato a presentarsi indossando un sorriso smargiasso, ma in quel momento pareva piuttosto teso, con venature tendenti alla preoccupazione se non vera e propria disperazione. Alzandosi dalla sedia sollevò le braccia poco più in alto delle spalle, richiamando su di sé l’attenzione generale.

«Offro tutto il rispetto verso la mia persona e tutto il mio amor proprio!»
«Gradito Ospite, per quanto il suo amor proprio sia considerevole, le rammentiamo che ha già venduto a questa Casa d’Aste il rispetto verso di lei non molto tempo fa per un certo referendum.»
«Ma io quel referendum l’ho perso!»
«Niente rimborsi: una volta che l’articolo lascia la Casa d’Aste diviene piena responsabilità dell’acquirente. Tornando a noi, avendo lei presentato un’offerta che non può mantenere da quest’oggi non è più ammesso alle nostre aste. La invitiamo a voler prendere la porta rossa, grazie.»
«Questo… Questo è inconcepibile! Un affronto! Una truffa!»
Urlava il signor Trentasette mentre quattro giovani dal viso coperto lo scortavano alla porta rossa, il volto paonazzo, abbinato alle righe della cravatta.
«Chi altri oltre a me potrebbe mai aver bisogno dello zoccolo duro del Movimento Democratico? Solo io! Io e nessun altro! Se non lo venderete a me, non lo venderete a nessuno!»
La porta rossa si aprì, e il signor Trentasette venne gettato in un baratro senza fine di retorica e populismo.

«Chiedo venia per l’interruzione. Ci sono altre offerte per questo lotto?»
Si alzò la paletta numero sette: chi la stringeva era avvolto in una cappa viola che non permetteva di distinguerne il proprietario. Un filo di voce si alzò dalla cappa, appena udibile sopra il cicaleccio continuo.
«Offro uno smacchiatore di giaguari.»
«Venduto al numero sette; grazie mille.»
L’uomo in cappa viola si alzò, si chinò lievemente ed uscì dalla sala.

L’asta riprese senza altri imprevisti. Tra i vari lotti presentati vi furono: una nube temporalesca, un amore di mamma, del tempo di qualità, oro, incenso e mirra, dell’ottimismo, la stesura originale della Bibbia in versione integrale, i diciotto minuti e mezzo scomparsi del Watergate, Orgoglio e Rispetto, l’elisir dell’immortalità e la pagina del diario di Anna Frank del 2 agosto 1944.

«Graditi Ospiti, giungiamo all’ultimo articolo dell’asta odierna: entri il lotto numero zerosettantatré.»

La porta verde si aprì, prima appena uno spiraglio, per poi spalancarsi completamente; da essa entrò nella sala, strisciando lungo le pareti, sovrastando le tele e i dipinti, abbracciando i presenti nella sua sconfinatezza.

«Una notte stellata. Base d’asta un milione di cose.»

Immediatamente le piccole palette bianche iniziarono ad alzarsi a un ritmo forsennato; sembrava che la follia avesse pervaso tutti gli astanti. Nessuno si fermava, nessuno osava cedere, ognuno urlava la propria offerta mentre il Banditore faceva quanto inumanamente possibile per seguire i vari botta e risposta; non ci volle molto prima che si passasse dalle parole alle mani e più di un pugno volò quella sera nella casa d’aste.

Giorgio, fino ad ora in silenzio, alzò la sua piccola paletta bianca con scritto in blu 44 ed urlò con tutta la voce che un ragazzo di dodici anni può raccogliere:

«Offro un sogno nel cassetto!»

Silenzio. Corpulenti uomini d’affari, signori del crimine organizzato, rampolli di famiglie nobili, membri del Congresso, tutti si immobilizzarono, impietriti, rivolti verso di lui.

«Un sogno nel cassetto, eh?»

Il Banditore inspirò veementemente una, due, tre volte.

«Sento odore di… Speranza, di Possibilità, di Futuro… Quale Sogno esattamente, gradito Ospite?»
«Quello che vorrete: il Banditore potrà guardare nel mio cassetto e prenderne il Sogno che più lo aggrada.»

Il Banditore mostrò prima un sorriso divertito, poi portò la mano alla bocca con fare pensoso.

«E se ne volessi più di uno?»
«No, uno e uno solo.»
«E se nessun Sogno mi soddisfacesse?»
«Allora non avrò modo di mantenere l’offerta presentata e prenderò la porta rossa.»

Il Banditore rifletteva, coprendosi la bocca con una mano mentre con l’altra si tamburellava nervosamente sul petto. Dopodiché esclamò:
«Venduto al numero quarantaquattro! Ringraziamo tutti i graditi Ospiti per aver partecipato alla nostra asta, contiamo di rivedervi alla prossima occasione.»

Tutti i presenti ad eccezione di Giorgio e del Banditore uscirono dalla porta blu; l’uomo si avvicinò dunque al giovane.

«Gradito Ospite, è il momento di pagare. Ha con sé quanto promesso?»
«Verifichi pure.»
«È sicuro? Se non può mantenere l’offerta, la porta rossa l’attende.»
«Se così sarà, io cadrò nel baratro e a lei rimarrà una notte stellata invenduta.»
«Che potrò tranquillamente vendere alla prossima asta.»
«Certo, come no. Voglio proprio vedere come venderà una notte finita. Il tempo passa inesorabile, Banditore, e alla notte segue il giorno: o accetta in pagamento il mio sogno o si troverà con un pugno di mosche.»
«IL suo sogno? Solo uno è il sogno che ha nel cassetto?»
«Uno e uno soltanto.»
«Ha detto che avrei potuto scegliere.»
«Ho detto che avrebbe potuto scegliere il sogno che avrebbe maggiormente gradito, non tra quanti avrebbe potuto scegliere.»

Il volto del Banditore si contorse in un mezzo sorriso, appoggiò la mano chiusa alla tempia di Giorgio ed aprì il cassetto.

«Un Sogno, intenso, prepotente, lancinante; Speranza, Possibilità, Futuro. Ma di cosa si tratta? Mmmm… Gradito Ospite, ma lei è un imbroglione!»
«Così mi offende.»
«No, la descrivo! Il suo Sogno è vedere un cielo stellato!»
«E che male c’è?»
«Vuole forse vendermi un Sogno realizzato?»
«Niente affatto, Banditore, anzi: le vendo un Sogno poco prima di realizzarlo. Non è forse il genere più prezioso? Essere arrivati così vicino al suo compimento, solo per poi abbandonarlo.»
«Ma… Perché?»
«Per realizzarlo senza estinguerlo. Per poterlo far vivere in eterno. Perché sono disposto a tutto pur di ottenere ciò che voglio, anche a non volerlo più.»
«E così facendo, tu avrai la tua notte stellata e qualcun altro potrà avere il tuo Sogno, e cercherà di ottenerla per sé.»
«E sarà disposto come me anche a cedere il suo stesso Sogno pur di realizzarlo, e qualcun altro verrà e lo comprerà, e così via, e così via.»
«E così ci saranno sempre delle notti stellate, per chi le sogna.»

I due si guardarono intensamente, l’uno con lo sguardo incollato sull’altro. Il Banditore prese il Sogno di Giorgio, e Giorgio prese la notte stellata e la mise in tasca.

«È stato un onore fare affari con lei gradito Ospite, spero che torni a trovarci.»
«Grazie, ma ne dubito. Non voglio più niente.»

I due si salutarono e Giorgio uscì dalla porta blu. Quella notte le stelle brillarono intensamente nella Volta Celeste.

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