Contratto

di Massimiliano Palloni

Tirzah si sedette sulla poltrona e fu grata di averla raggiunta con un minimo di decoro. Le sue gambe erano molli, prive di forza fin da quando era entrata nel suo studio. Sentì con la schiena la fresca e accogliente pelle della seduta, e il suo corpo reagì con un lungo brivido che la percorse dalla nuca fino ai lombi. 

L’Uomo era in piedi, dalla parte opposta della scrivania, le mani appoggiate sulla sua superficie. La guardava, con un’espressione cortese ma indubbiamente divertita. 

Tirzah di lui sapeva poco, pochissimo, se non quello che poteva valutare con i suoi occhi. Era un signore di età indefinita, probabilmente nei suoi primi quarant’anni, di corporatura e altezza media, con lineamenti mediterranei che in altri casi avrebbe considerato assolutamente dimenticabili. L’unica cosa che spiccava in una figura così anonima erano gli occhi, intensi, nervosi e feroci. Vestiva un gessato grigio antracite, indossato sì in maniera impeccabile, ma di fattura piuttosto mediocre, con il secondo bottone che sembrava sempre sul momento di cedere. 

L’Uomo continuò a fissarla per qualche istante, le labbra increspate in un sorriso gentile, prima di chiederle, con una voce che sembrava bourbon in una giornata nevosa: «Pensavo non ci saremmo mai più visti. Cosa posso fare per te, mia cara?». 

Quelle parole, calde eppure sferzanti come Scirocco, raggiunsero le sue orecchie prima di scendere, melliflue, fino al petto. La voce, la sua voce, era oppio, per lei. Ne fu rintontita per qualche istante, mentre ondate di calore le avvampavano le orecchie. 

Strinse i pugni, cercando di fermare il tremore delle labbra. Non voleva farsi vedere fragile, persa, rotta. «Io… Voglio che tu faccia smettere tutto questo.» Sentì uscire questa frase dalle sue labbra ma non riconobbe la sua voce. Era posticcia, forzata, insicura. 

L’Uomo sospirò, lasciando la presa dalla scrivania. Si erse in piedi, facendo il giro del tavolo. Tirzah sentiva il suo cuore battere come un sensore di prossimità; più lui si avvicinava, più sentiva il collo pulsare. Il rumore del sangue che fluiva impazzito per le sue vene la assordava. Voleva scappare, eppure stare là. 

«Capisco» disse l’Uomo, portando la mano alla tasca dei pantaloni «Il nostro accordo non ti soddisfa, quindi?». 

Tirzah non sapeva rispondere. O, almeno, non era sicura che la sua stessa risposta l’avrebbe appagata. Decise di replicare con l’unica affermazione di cui era certa. «Io non sto bene, così.» 

L’Uomo annuì, cerimoniosamente, sfilando dalla tasca un pacchetto di gomme da masticare. Ne porse una a Tirzah. Ancora dentro la carta, sentiva l’aroma pungente di cinnamomo. Era un odore che prima non significava niente, eppure sapeva che da ora sarebbe stato un suo odore. Scosse il capo, negandosi il piacere di sentire il cinnamomo, di sentire lui, nella sua bocca. L’Uomo fece spallucce, scartando una gomma prima di posarla sulla lingua pensosamente. Iniziò a masticarla lentamente, posando il fondoschiena sullo spigolo della scrivania. «Oh, sono profondamente dispiaciuto, per questo. Non era quello che volevi, mia cara? Non volevi tutto, tranne una cosa?» 

La sua domanda era priva di retorica, eppure Tirzah si sentì accusata. Sentì di aver fallito. Sentì di non essere abbastanza. Di non essere niente. Si fissò la punta delle scarpe, mentre le guance prendevano una tonalità sempre più scarlatta. Provò a dire qualcosa, ma non riusciva ad articolare nessun suono. Le sillabe si incastravano in gola, di traverso, e rimanevano là. L’uomo fece schioccare la gomma, facendola trasalire. Alzò lo sguardo e incrociò il suo, concentrato a dissezionarla, a guardarla più a fondo di quanto si sentisse pronta a permettergli. 

«È un peccato, un vero peccato, mia cara. Non succede spesso che i miei clienti riescano a strapparmi accordi così vantaggiosi. Ti accolsi nel mio studio ed entrasti con piglio dominante, ricordi? “Non mi accontento di una cosa, le voglio tutte”, mi dicesti. Ne fui sorpreso. Vista, come dire, la delicatezza del mio mestiere, avrei dovuto accompagnarti alla porta. Ma c’era qualcosa in te che mi incuriosiva, mi incuriosiva tantissimo.» 

L’Uomo si piegò verso Tirzah, ormai a pochi centimetri dal suo volto. Lei sentì la fragranza della sua colonia a buon mercato mischiato a una nota di timo e menta, l’odore della camicia inamidata, il suo fiato al cinnamomo. Si sorprese ad ansimare, il petto che saliva e scendeva irregolarmente. 

«Ti ho concesso tutto, alla fine. Come potrai immaginare, in questa tipologia di accordo ho l’obbligo di ricevere qualcosa in cambio. Sempre. Ma, visto che mi stavi simpatica, ti ho chiesto di privarti di una cosa piccola, insignificante, che non volevi nemmeno.» 

L’Uomo mostrò per pochi istanti i denti, bianchi e affilati come quelli di un carnivoro, mentre gli occhi si muovevano febbrili sui suoi lineamenti, accarezzandola come carta vetrata. 

«Ti ho chiesto di privarti di me. Per il resto, puoi avere tutto, qualsiasi cosa tu abbia sempre desiderato. Non solo la puoi avere, ma nel tuo cuore non albergherà mai alcun senso di colpa, alcun rimorso per come l’hai ottenuta e per chi hai fatto soffrire nell’ottenerla.» 

Privarsi di lui. Sentì i suoi umori inumidirle le mutande. Provò vergogna e piacere. Chiuse gli occhi e inspirò con forza, tentando di costruire una frase di senso compiuto. 

«Ti ringrazio per quello che hai fatto per, uh, me. Ma io vorrei tu… rescindessi il contratto.» 

L’Uomo si scostò di scatto, alzandosi in piedi. Sfiorando con i polpastrelli la scrivania, tornò dall’altra parte, sedendosi di fronte a lei. 

La distanza repentina che ora li divideva le stava scavando un buco nelle viscere, nauseandola. Quel silenzio, quella straziante sensazione di perdita la uccideva e allo stesso tempo era ciò che la teneva in vita. Sentì il sudore scivolarle lentamente dalla pancia fino alle cosce, lambendo il suo sesso. 

L’uomo intrecciò le dita, portandole di fronte alla bocca. I suoi occhi, arancioni al riflesso della luce artificiale, tizzoni accesi nel cuore di una notte nel deserto, la stavano squadrando severi. Più lui l’osservava, più lei si faceva schifo. Più si faceva schifo, e più amava il suo sguardo inquisitorio. Si ascoltò mugolare flebilmente e ne fu sorpresa. 

«Vedi, mia cara, non c’è alcun contratto da rescindere. Del resto, non hai firmato niente. C’è questa idea, radicata nell’uomo fin dal suo primo vagito come specie, che quelli come noi cerchino sempre di incastrare quelli come voi. Che vi tentiamo, vi irretiamo, vi offriamo cose impossibili in cambio della vostra anima. Sulaymān ci ha costruito il suo Mito e il suo Trono, su queste maldicenze» si lasciò scappare un accenno di risata flautata, prima di continuare «Non è così. Voi ci cercate. Voi ci scegliete. Pensate di venire da noi per il premio, e invece quel che desiderate è la punizione. Come l’Inferno, il jahannam in cui credete vi trasciniamo per espiare un’esistenza impura e dissoluta. Eppure nessuno vi costringe a subire i nostri trucchi, i nostri raggiri; dall’Inferno si può uscire liberamente ancor prima di entrarci. Nonostante questo voi, proprio voi, rimanete nostri clienti tutta l’eternità, a farvi dilaniare l’anima, a soffrire indicibilmente per peccati che solo voi sentite di aver commesso. Che tu senti di aver commesso, in questo caso». 

Le immagini nella sua mente dell’Inferno la spaventarono, l’avevano sempre spaventata. Ora però si chiedeva cosa di preciso le facesse paura: l’idea che esistesse o che ne fosse attratta? Si portò una mano al collo, come se si sentisse soffocare. Avrebbe voluto urlare, ma non voleva che lui la cacciasse, che lo deludesse ancora. 

«Vedi, ci sono due opzioni davanti a te» l’Uomo picchiettò le dita sulla scrivania «Dirai il mio nome da ǧinn, quello scritto nel foglietto che hai sempre avuto in borsetta e non hai mai aperto. Appena varcata la porta, non riuscirai nemmeno a capire come avevi fatto a provare attrazione per un ometto insulso come il sottoscritto. Domani mattina ti sembrerà di aver vissuto soltanto un sogno bislacco, e tornerai alla tua vita piena di soddisfazioni professionali, di amanti straordinari e persone che ti considerano genuinamente importante» fece una lunga pausa, controllando le sue reazioni «Oppure te ne vai ora, sapendo che questo contratto, come lo chiami tu, è ciò che vuoi». 

La donna sentiva gli occhi gonfiarsi di lacrime, ma si sforzò di non mostrarne neanche una. Le mani le tremavano d’eccitazione e terrore. Come un automa si alzò in piedi, dando le spalle all’Uomo e avviandosi con passo incerto verso l’uscita. Con la mano sul pomello della porta e la schiena curva, si trovò a chiedere in un sussurro: «Ci incontreremo di nuovo, vero?». 

L’uomo strinse gli occhi e sfoderò un sorriso sincero e infantile. Si morse per un istante il labbro inferiore con i canini appuntiti, assaporandone la carne. 

«Non so, vediamo. Ti chiamo io, nel caso. Tanto so dove trovarti, cara.»

 

 

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