Salutava Sempre

di Stefano Stradaioli

La polvere bianca fluttuava nell’aria, accatastandosi ai margini del percepibile.

Le lampade al neon ronzavano nei brevi intervalli di silenzio, incastrati tra un concetto e il seguente. La lavagna si decorava di intricati arabeschi in gesso, accompagnata dalla voce monotona dell’anziano professore.

L’aula non era gremita, ma neppure deserta.

Gruppi di studenti annoiati si trascinavano verso la fine dell’ultima lezione della giornata.

Un ragazzo e una ragazza, seduti nelle file in fondo, interagivano con intimità. Alcuni biglietti scivolavano con discrezione lungo il banco.

“Oggi sei tanto distratta. Più del solito. Tutto ok?”

“Tutto ok. Problemi con mio padre.”

“Quello che se n’era andato di casa? E’ tornato?”

“Sì. Poi ti dico. Storia assurda. Troppo assurda.”

“Tranquilla. <3 ”

“<3”

“Parliamo d’altro. Visto tizio in prima fila? Nuovo?”

Il tizio in questione, che fino a poco prima la ragazza non aveva notato, prendeva appunti senza sosta seguendo la lezione. Il professore addirittura sembrava rivolgersi solamente a lui, forse gratificato da quella devozione. Aveva dei capelli vaporosi e lucenti, non particolarmente alla moda ma piacevoli da guardare.

Indossava un maglione in cashmere chiaro, non particolarmente nuovo ma dall’aria rassicurante, e dei jeans non particolarmente estrosi, del tutto indistinguibili da un qualsiasi paio di jeans che la ragazza avesse mai visto. Portava scarpe scamosciate, non particolarmente ben abbinate, ma che trasmettevano un gran senso di comodità.

 

Si voltò all’indietro per un istante, incrociando lo sguardo di lei. Una ondata di familiarità la investì. Avvertì un improvviso odore di biscotti, casa di anziani e cartamoneta, e udì in lontananza le note di una sinfonia da camera per piano e flauto traverso. Lui sorrise, ed era il sorriso più rassicurante che lei avesse mai visto. Così rassicurante che il sangue le si gelò.

 

Non era un normale studente, nemmeno un normale mortale, ne era sicura. Maledì il padre che non gli aveva ancora spiegato abbastanza.

 

Non fece in tempo ad inventare una scusa per andarsene con l’amico, che dei suoni di sirena improvvisi la bloccarono.

Luci blu e bianche illuminarono le finestre.

Prima un’ambulanza, subito seguita da diverse pattuglie di polizia. Alcuni studenti corsero alla finestra. Le forze dell’ordine si ammassavano nel vicolo che costeggiava l’edificio in cui si trovavano.

 

Un altro ragazzo nell’aula si alzò in piedi, occhi fissi al cellulare, con aria sgomenta.

 

“Hanno trovato due studenti morti, proprio qui dietro!”

 

Si accasciò dopo aver visto una foto, vomitando sul pavimento.

 

Il professore sospese la lezione e a fatica riuscì a contenere il panico dilagante. I due studenti restarono indietro, a causa della calca attorno alle uscite. La ragazza si guardò indietro. Il posto del tipo in prima fila era vuoto, ma il suo quaderno era rimasto lì. Senza pensare fece qualche passo e lo aprì.

 

“Che stai facendo? Ti pare il momento?”

 

Scorse le pagine, ed emise un grido strozzato. Non erano appunti sulla lezione, ma una serie di frasi ossessivamente ripetute, che occupavano ogni riga. La calligrafia era perfetta, il testo privo di qualsiasi sbavatura.

 

Sono una persona a modo.

Un pezzo di pane.

Ho la testa sulle spalle.

Vengo da una buona famiglia.

Sono un gran lavoratore.

Sono uno studente modello.

Apro le portiere alle donne.

Cedo il passo agli anziani.

Alcuni non apprezzano.

Non mi capiscono.

Non mi meritano.

Sono invidiosi.

Sono maleducati.

Ora però non lo sono più.

Ora non ci sono più.

Sono il Bravo Ragazzo.

Salutavo sempre.

 

Voltò freneticamente l’ultima pagina scritta, trovando aloni vermigli, umidi, caldi e ripugnanti.

 

Avvertì infine, troppo tardi, un improvviso odore di biscotti, casa di anziani e cartamoneta, e udì, stavolta troppo vicine, le note di una sinfonia da camera per piano e flauto traverso.

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