L’Oro di Quetzalcoatl

di Roberto Luna

Il Sole batteva sulla pelle di Santiago senza tregua, tollerabile solo grazie alle correnti d’aria che accarezzavano il giovane dal finestrino della vettura.
Il viaggio si stava portando via un’intera giornata solo per attraversare una solitaria striscia d’asfalto da qualche parte nel deserto del Sonora, un’esperienza a cui il ragazzo avrebbe fatto volentieri a meno, se solo avesse avuto voce in capitolo.

Ma il polveroso carro funebre su cui lo sventurato mortale viaggiava era ben più che una vecchia auto salvata dalla rottamazione, come anche il suo conducente, un uomo in giacca e cravatta perfettamente ordinario, se non per la testa animale montata sulle sue spalle, che ricordava quella di un cane nudo messicano, concentrato sulla strada come se nulla fosse fuori dall’ordinario.

Santiago era un epigone, una persona come ogni altra, se non per la sua discendenza dalle entità del Mito: divinità, personaggi delle favole e concetti a cui l’immaginario collettivo dell’umanità dava forma e sostanza oltre il Velo di Maya attraverso cui le persone ordinarie non erano in grado di vedere, consentendo a queste creature di dare vita a una società dettata dalla narrazione proprio sotto il naso dei comuni mortali.

Solo chi subiva il cosiddetto “Strappo del Velo” poteva vedere il mondo di fantasia coesistente con quello mortale per ciò che era davvero, proprio com’era accaduto a Santiago quando, durante il suo ultimo turno di lavoro come cassiere in un dimenticabile negozietto, aveva aperto gli occhi a una nuova realtà per mano del suo vero padre: Huitzilopochtli, divinità della guerra e del sole, patrono dell’antico Impero Azteco.
Non che una simile discendenza avesse fatto alcun bene al povero Santiago: le divinità erano creature arroganti per natura, disinteressate, come del resto la maggior parte delle Entità del Mito, a dare alcuna vera attenzione alla propria prole epigone, limitandosi ad accoglierla nel mondo delle storie e dargli accesso ai poteri soprannaturali da loro ereditati, per poi abbandonarli a loro stessi in una realtà aliena eppure sempre familiare.

Nella sua nuova vita come epigone, Santiago aveva fatto la conoscenza di innumerevoli creature fantastiche, visitato luoghi incredibili e, assai meno entusiasmante, aveva appreso della Banca dei Favori, il sistema di baratto su cui l’economia delle entità del Mito si basava per necessità, viste le innumerevoli valute monetarie incompatibili utilizzate da pantheon e popoli dell’immaginazione.

Le regole della Banca dei Favori erano semplici fino al difetto: un individuo che accetta di compiere un favore richiesto da un altro ha a sua volta diritto ad un favore, che il debitore ha il dovere di onorare; Rifiutarsi di ricambiare un favore o imbrogliare il proprio creditore marchia il colpevole come “spergiuro”, avvisando le altre entità del Mito della sua inaffidabilità; il favore posseduto da un creditore può anche essere venduto ad un’altra entità per saldare un proprio debito, passando il dovere di un debitore da un individuo all’altro, rendendolo una vera e propria moneta di scambio.
Quest’ultimo era proprio il caso di Santiago, che improvvisamente si era visto convocato alla città di Teotihuacan, cuore di una fiorente comunità di storie guidate dalla Coalizione dei Serpenti-Piumati mesoamericani, per portare a compimento un favore per il divino Quetzalcoatl, Serpente-Piumato azteco del vento, del commercio e della conoscenza, rapidamente dimostratosi un individuo alquanto eccentrico, che amava dipingersi come un giovane imprenditore alla ricerca di nuovi talenti con ambizione, creatività e spirito di iniziativa.

Santiago avrebbe pagato il proprio debito consegnando un minuscolo pacchetto, poco più grande di una mano, ad un destinatario il cui nome e locazione erano un segreto ben custodito, così come il contenuto del pacco, che Quetzalcoatl aveva vocalmente ordinato di non aprire per alcun motivo, enfatizzandone più volte l’importanza.
“Questo pacchetto ha un enorme valore, ragazzo.” Aveva spiegato il Serpente-Piumato. “Per le potenze delle terre Mexica, questo è oro.”

A condurre Santiago al luogo della consegna era Xolotl, gemello e fedele braccio destro di Quetzalcoatl, il dio dalla testa di cane che accompagnava i defunti verso l’eterno riposo, un’entità dalla carriera poco rassicurante, ma il cui genuino desiderio di conversare dopo un’eternità spesa in compagnia di persone morte si era rivelato una gradevole sorpresa per il giovane epigone, alleggerendo il peso dell’incarico.
Durante il tragitto Santiago aveva cercato di imparare di più sul pacco e la sua destinazione dal suo accompagnatore divino, ricevendo però sempre lo stesso tipo di risposta: “È un affare molto importante per Quetzy, ormai non gli capita spesso di collaborare col resto della famiglia. Una consegna simile è una cosa più unica che rara, e con occhi e orecchie indiscrete ad ogni angolo, meno diciamo e meglio è.”
Santiago non era affatto contento della sua situazione, ma la risposta di Xolotl era stata chiara, concisa e, soprattutto, conclusiva, e il giovane epigone sapeva bene non fosse saggio mettere alla prova la pazienza di una divinità.
Eppure una domanda continuava a tormentare il ragazzo: chi poteva essere così insidioso da richiedere simili misure di sicurezza da delle letterali divinità?
Il quesito continuava a tormentare Santiago, volteggiando nella sua mente fino al fatidico tramonto e il Sorgere di una Luna bieca, accompagnata da legioni di stelle che riempivano l’epigone di inquietudine.
Era una strana sensazione, che spingeva Santiago a esaminare frequentemente i suoi dintorni e lo incitava a farsi più piccolo all’interno della vettura, come un topo nascosto dalle grinfie di rapaci famelici.
Il lato razionale del suo cervello lottava strenuamente contro questo sentimento primordiale, ripetendosi che una simile paura del buio era immotivata senza le dovute prove di un pericolo, ma nel mondo di favole e leggende dietro il Velo di Maya non sempre c’è posto per il raziocinio.
“Se fossi in te mi metterei quella cintura in fretta.” Commentò d’un tratto Xolotl, riportando Santiago alla realtà.
Prima di potergli chiedere il motivo, tuttavia, lo schianto di qualcosa davanti alla macchina colse l’attenzione del ragazzo: nella frazione di secondo concessagli, Santiago scorse una forma umana alta e slanciata, i cui occhi scintillanti come un predatore notturno catturavano lo sguardo, scatenando nell’epigone quello stesso terrore che aveva lottato per scacciare tutta la notte.
Xolotl piantò di colpo il piede sul pedale del freno nel tentativo di evitare l’impatto, mandando inavvertitamente Santiago a sbattere violentemente la testa, scaldandogli naso e labbra con una lenta colata di sangue.

Anche nel suo stato confusionario, Santiago vide l’inquietante sagoma spiccare un balzo e aggrapparsi al cofano dell’auto con artigli di giaguaro su dita altrimenti umane, prima di essere investito dal fragore del parabrezza infranto da un singolo colpo della creatura, accompagnato da una folata di gelido vento notturno e schegge di vetro che lo obbligarono a chiudere gli occhi, stringendosi su sé stesso in un inconscio tentativo di proteggere sé stesso e il pacco che stringeva fra le braccia. Prima di poter anche solo pensare a un modo per respingere il mostro, quei terribili artigli erano già stretti attorno a Santiago, trascinato via dalla vettura con un nuovo potente salto mentre ancora lottava per riottenere la piena lucidità.

Colto dal proprio istinto di sopravvivenza, Santiago recuperò il coltello a serramanico che teneva sempre nascosto in tasca, una dovuta arma d’emergenza, più maneggevole e discreta del suo macuahuitl che, al momento, riposava nel carro funebre di Xolotl.

Senza perdere un momento, Santiago sfoderò la lama del suo coltello e cominciò a pugnalare selvaggiamente il braccio che lo stringeva, che, a guardarlo meglio, presentava su polsi e gomiti formazioni ossee che l’epigone avrebbe potuto giurare essere denti.
Finalmente il mostro, incapace di sopportare il dolore, mollò la presa sul ragazzo con un sofferente ruggito, mandandolo in una rovinosa caduta contro la dura sabbia del deserto che gli svuotò i polmoni.
Obbligandosi ad alzarsi nonostante il dolore, Santiago si rese conto di aver perso il pacco che, sfuggitogli di mano a mezz’aria, era atterrato a pochi metri da lui, proprio fra il giovane e il mostro che, tornato a terra, rivolgeva i suoi occhi luminosi d’odio sull’epigone con un basso ringhio frustrato.
Ora Santiago poteva vederla chiaramente: era un essere umanoide, coperto da vesti che ricordavano la fattura tradizionale Mexica; come notato in precedenza, formazioni ossee simili a denti appuntiti crescevano sui punti di articolazione di arti secchi ma al tempo stesso potenti, culminando in artigli come coltelli su mani e piedi; fra le gambe della creatura, partendo dal basso ventre, la forma di un serpente a sonagli ondeggiava avanti e indietro; la sua testa, infine, era un teschio umano mostruoso dalle zanne affilate e che, nonostante la mancanza di espressioni, trasmetteva un innato sentimento d’odio omicida.

Era una tzitzimitl, demoni femminei che secondo gli aztechi osservavano il mondo dal cielo notturno con i loro occhi come stelle, scendendo sulla Terra per cacciare solo durante i periodi più maledetti dell’anno e sognando il malaugurato giorno in cui la loro intera stirpe avrebbe potuto divorare il creato per portare alla fine dell’Era Umana, un infelice destino che, secondo i racconti, il dio solare Huitzilopochtli era finora stato in grado di sventare, sorgendo a ogni alba per allontanare quei feroci predatori e gli altri mostri che si annidavano nelle tenebre.

Mostri simili hanno ben poche debolezze e, anche se Santiago si fosse rivelato in grado di sconfiggerla, sarebbe stato impossibile uscire indenne da uno scontro con una creatura il cui unico scopo era la macellazione degli umani.
Una briciola di speranza si riaccese in Santiago quando, con la coda dell’occhio, si accorse di Xolotl, apparentemente indenne dallo schianto della macchina, intento a esaminare i danni fatti al carro funebre con espressione seccata.
“S-signor Xolotl! La creatura è qui, ho bisogno d’aiuto!” Gridò Santiago, agitando una mano per catturare lo sguardo del cane psicopompo.
Xolotl ruotò la testa solo per un momento, per poi tornare alle sue riparazioni.
“Nah, stai andando bene.”
“Cosa?” Il sorriso di Santiago sparì rapidamente dal suo volto.
“Eh sì, guardati, sei pure riuscito a farle mollare la presa, è un buon inizio.” Il tono di Xolotl sembrava essere uno di incoraggiamento, ma l’attenzione rivolta altrove lo faceva sembrare più disinteresse.
Sul volto di Santiago ora era stampata un’espressione di crescente allarme decorata da gocce di sudore, mentre la tzitzimitl davanti a lui, intenta ad ascoltare la conversazione, cominciò a emettere un lento e basso grugnito intermittente, simile a una risata.
“Ma è una tzitzimitl! Mi ucciderà e… si prenderà il pacco!” Implorò Santiago, sperando che la consegna fosse sufficiente a fare leva sulla divinità.
“Bé, intanto la protezione del pacco è roba tua.” Lo corresse Xolotl, alzando un dito come un insegnante seccato. “E poi conosci le regole, se ti aiutassi mi dovresti un favore. Sei davvero sicuro di potertene permettere un altro?”
Xolotl aveva ragione: il compito della divinità era solo accompagnare Santiago sul luogo della consegna del pacco, e qualunque assistenza aggiuntava sarebbe dovuta essere ripagata a lavoro compiuto. Accumulare nuovi favori ripagando i precedenti era cosa comune fra i mortali, che non sempre potevano affrontare il Fato senza aiuto, indebitandosi ulteriormente e assicurando un continuo scambio nell’economia delle entità del Mito.
Per Santiago, tuttavia, un altro favore così presto sarebbe stato ingestibile: dopo la chiamata di Quetzalcoatl, il giovane si era dovuto improvvisare una strada per tutto il Messico solo per raggiungere Teotihuacan e, a lavoro finito, avrebbe dovuto fare lo stesso per arrivare a Cancun e ricambiare un vecchio favore dallo spirito incarnato del Dia de los Muertos.
“Non può essere serio!” Esclamò Santiago, alla ricerca di una soluzione.
“Certo che lo sono.” Ribatté Xolotl, con un tono di voce mortalmente freddo, senza togliere gli occhi dalla sua macchina. “Sei un giovane promettente e di buona compagnia, ma stai ancora parlando con un dio della morte. Non scherzo mai quando prendo una decisione, e nessun mortale deve permettersi di metterlo in dubbio.”
Xolotl alzò dunque lo sguardo dal motore della sua vettura per mostrare a Santiago un volto calmo e sorridente, per quanto possibile al suo volto canino.
“Ora dà una lezione a quel demone-stella maleducato, va bene?”
Santiago spostò nuovamente lo sguardo verso la creatura che, ormai impaziente di finire la sua preda e recuperare il tanto ambito pacco, si avventò contro il ragazzo con un possente ruggito, preparandosi con zanne e artigli a sbranare il giovane.
Santiago sapeva bene di non potere nulla contro il mostro da solo: nessuno degli oggetti che lo avevano accompagnato nei suoi viaggi o dei talenti che aveva affinato durante la sua avventura sarebbero bastati nelle sue condizioni e, davanti alla carica del mostro, il giovane epigone decise di tentare il tutto per tutto, mettendo in gioco gli unici doni che suo padre gli avesse mai dato.
Molti li conoscevano come Prodigi, il potere di un epigone di alterare il mondo attorno a sé, ereditato dai loro genitori soprannaturali, capacità che facevano proprio al caso di Santiago che, da suo padre Huitizlopochtli, aveva ricevuto potere sulla guerra e, soprattutto, sul Sole.
Santiago chiuse gli occhi, lasciando che la propria eredità mitologica eclissasse la sua mortalità per un singolo istante, concentrando i propri poteri e giocandosi il tutto per tutto in un’ultima sfida a spregio del Fato.
All’ultimo momento, mentre la tzitzimitl sollevava i suoi artigli pronta a finire il suo bersaglio, Santiago strinse di nuovo la presa sul suo coltello e, in una rapida mozione animata dall’istinto, si aprì una larga ferita sul palmo della mano, permettendo alle energie vitali racchiuse nel suo sangue di nutrire il suo prodigio, un’onorata tradizione del mito messicano, che da sempre vedeva nel sangue dei viventi un potere capace di alimentare grandi divinità e strabilianti magie.
Spalancando i suoi occhi scintillanti, Santiago mise in avanti la sua mano sanguinante, liberando tutta la sua rabbia contro la tzitzimitl: “Io sono Santiago Maria, figlio del dio solare Huitzilopochtli, e so cosa temi davvero!”
Liberando in una volta ogni briciolo di energia rimastogli in mente, anima e corpo, Santiago sprigionò una tempesta di luce dorata e calore incandescente, mandando la tzitzimitl nel più assoluto panico.
Per un singolo istante, Santiago era diventato un piccolo sole, una pallida imitazione di suo padre, ma sufficiente per mettere in fuga la bestia lucifuga, lanciatasi nelle tenebre del deserto notturno senza guardarsi indietro.
La luce di Santiago si sopì tutta d’un colpo e, ancora una volta, il mondo cadde nel buio, lasciando il giovane epigone da solo con una stanchezza indescrivibile e le tante ferite che ne coprivano il corpo.
“Oh, visto che ce l’hai fatta?” si complimentò Xolotl, applaudendo con fare paterno, alle cui spalle vi era un carro funebre nuovo di zecca, come se gli artigli della tzitzimitl non l’avessero mai sfiorato.
“Coraggio, non manca molto alla nostra destinazione.” Incoraggiò l’uomo-cane, facendo un gesto con la mano per chiamare a sé l’esausto mortale che, troppo stanco per pensare a quanto detestasse le divinità, recuperò il pacchetto da terra e barcollò verso l’automobile, desideroso più che mai di concludere la sua missione.
Il viaggio del solitario carro funebre continuò ininterrotto fino al sorgere del Sole, quando Santiago si accorse che, toccato dalla luce del dì, il paesaggio stava trasformandosi in una valle di innaturale roccia grigia, rivelando all’epigone la natura della sua destinazione: un ovemai, un luogo fittizzio plasmato dall’immaginazione delle persone proprio come le entità del Mito che vi risiedevano.
Il carro funebre si fermò alla fine di una lugubre gola scavata nella pietra, sul cui fondo si ergeva l’ingresso di un inquietante tempio, la cui struttura faceva pensare ad una piramide azteca appena emergente dalla roccia.
“Siamo arrivati.” Disse Xolotl, con tono nostalgico. “Benvenuto a Mictlan, la Terra dei Morti.”
Santiago osservò con occhi spalancati la magnifica e terrificante struttura, l’ingresso all’oltretomba del popolo Mexica, dove i morti non reclamati da divinità o altre creature giungevano in cerca dell’eterno riposo.
“È… è qui che devo consegnare il pacco?” Domandò esitante Santiago, conscio dei pericoli di quel luogo letale per vivi e defunti in egual misura.
“Sì, ma puoi stare tranquillo.” Lo rassicurò Xolotl. “Normalmente un’anima arriverebbe qui solo dopo anni di viaggio per affrontare i primi otto livelli di Mictlan e guadagnarsi il riposo nella nona e ultima camera. Tu sei vivo e, soprattutto, sei qui per lavoro, quindi ti risparmi tutta quella pena.”
Muovendo la mano come per accompagnare dei turisti sperduti, Xolotl guidò Santiago dentro la struttura in un lungo corridoio decorato con immagini della discesa di Quetzalcoatl nel mondo dei morti, fino a sfociare nel primo dei nove livelli di Mictlan.
“Benvenuto a casa mia, la Terra del Cane.” Annunciò fieramente Xolotl, muovendo le braccia in un arco per mettere in mostra quella che a Santiago appariva come una larga sala hobby, con tanto di TV, minibar e tavolo da biliardo, con pareti decorate ad alternanza fra disegni tradizionali di antiche divinità e quadri di cani pokeristi, alcuni autografati.
Al centro della stanza, tuttavia, a infrangere la gradevole aura di relax della camera, due file di tre scheletri ciascuna reggevano coi loro corpi un grosso trono d’ossa, su cui giaceva annoiata una larga e terrificante figura.
Descrivere l’entità come uno scheletro sarebbe stato diminutivo, coperta com’era da un’uniforme da soldato mexica macchiata di sangue e decorata da una collana di occhi umani, accompagnata da un sontuoso mantello blu; sotto un complesso copricapo decorato con piume di gufo si distinguevano due luminosi bulbi oculari, l’unica parte della creatura a non essere ossa.
“Alla buon’ora, tutti questi morti non si conteranno da soli, sapete?” Si lamentò la creatura, con una voce come lo scricchiolio di una vecchia porta.
Dopo un rispettoso inchino, Xolotl fece cenno a Santiago di avvicinarsi, sapendo bene non fosse necessario presentargli il destinatario del pacco.
“Lei… lei è…” Balbettò il ragazzo, prima di essere bruscamente interrotto dall’entità, la cui pazienza stava raggiungendo il suo limite.
“Oh per l’amor del… sì, sono Mictlantecuhtli, re dell’Oltretomba e il più affascinante scheletro che incontrerai nella tua promettente carriera da postino. Ora, credo che tu abbia un pacco da consegnarmi.”
Con la testa bassa per non causare offesa, Santiago si avvicinò al trono d’ossa e consegnò il pacchetto in mano alla scheletrica divinità che, visibilmente lieta, aprì con impazienza il pacco per rivelare una confezione di cacao in polvere, saggiandone l’aroma.
“Ma… è solo cacao?” Commentò allibito Santiago.
“Proprio come accordato.” Aggiunse Mictlantecuhtli, con tono assai più allegro. “Bel lavoro, postino, puoi informare Quetzalcoatl che i miei spettri infesteranno le terre di Tezcatlipoca per il prossimo anno, come pattuito.”
“Cosa?!” Esclamò con Santiago, scandalizzato. “Ho fatto tutta questa strada per questo? Sono quasi morto per consegnare del cioccolato?!”
Mictlantecuhtli alzò lentamente la testa per incontrare lo sguardo di Santiago.
“Postino, hai idea di quanto valga il cacao della riserva personale di Quetzalcoatl? Il dio che ha dato il cacao al mondo? Ucciderei dieci mortali sul posto e senza esitazione per averne anche solo un pizzico. Per una divinità Mexica, questo è l’unico vero oro!”

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