Dicembre

di Alessandro Fietta

Camminando tra l’ombra dei palazzi e i sorrisi dei passanti, Michail Petrovich si era reso conto di averne avuto abbastanza.

La neve sotto i suoi passi gemeva, schiacciata dalla scuola dei suoi stivali sporchi, e le impronte lasciate dai suoi piedi venivano rapidamente ricoperte da pesanti, spessi, candidi fiocchi.

Intorno a Michail i palazzi della Mosca moderna brillavano dei neon e delle luminarie che annunciavano l’arrivo delle feste. Orsi ballerini, slitte, stelle cadenti e decine di Nonno Ghiaccio danzavano sopra di lui come una fantasmagorica aurora.
La danza continuava sulla strada, ed erano le persone intente nelle loro compere, saluti, visite. Una celebrazione, una messa per il nuovo anno e il nuovo consumismo dei regali. Michail vedeva oltre la patina di apparenza che accecava la massa attorno a lui, i meccanismi crudeli del mondo in cui era rimasto intrappolato. Tra le luci artificiali, mostri di elettricità percorrevano le loro folli corse, nuove divinità del rublo si ingrassavano nei negozi, ridendo sguaiatamente come un vecchio zio al cenone di capodanno.

Tutti i sogni, tutte le fantasie che avevano avvolto e confortato ogni anno Michail durante il periodo delle feste oltre il velo di Maya apparivano come nient’altro che grottesche realtà. I placidi ricordi di una confortevole infanzia che Dicembre portava ogni anno avevano perso la loro magia dopo che Michail era stato intrappolato nella sua condizione di Epigone.

Lo stomaco gli si stringeva nella consapevolezza del suo destino sballottato da quelle stesse fantasie che animavano la sua mente di scrittore durante la sera, la totale perdita del controllo sul mondo dell’immaginazione, i suoi strumenti di lavoro. Non era più lui a decidere quando iniziava e finiva ogni capitolo. Non più.

Michail strinse i pugni gelati nelle tasche del cappotto fino a farsi venire male alle nocche. Pensava a come gli sarebbe piaciuto dimenticare tutto, tornare ad essere un mortale qualsiasi, mentre quegli stessi mortali, come comparse di un film gli passavano accanto senza peso alcuno. In mezzo a tutti loro, non si era mai sentito così solo.

“Solo! I tuoi falsi amici ti hanno lasciato da solo, verme!” la voce stentorea e gracchiante rimbombava sopra Michail, che giaceva a terra, i polmoni in fiamme e il viso tumefatto. “Sono scappati perché come tutti voi nemici della Rivoluzione combattono come singoli vigliacchi, mentre il Popolo combatte unito!” Michail osò alzare lo sguardo aprendo l’occhio pesto, e la intensa luce rossa lo accecò. Sopra di lui torreggiava un ombra impossibile, che appariva come una moltitudine di copie perfettamente uguali e come un singolo uomo allo stesso tempo. Dietro di lui un cielo in fiamme, un balenio di rubiconde figure futuristiche che si intrecciavano in un caleidoscopio di stelle e volti contorti in grida di gioia e rabbia.

“Pensavate di poter fermare il progresso, fermare l’inarrestabile futuro, ma voi schiavi dei porci capitalisti farete la fine dei vostri padroni, nel dimenticatoio della storia!” la voce non fece in tempo ad assordarlo che un calcio lo colpì come una locomotiva nello stomaco.

Michail voleva urlare dal dolore mentre rotolava indietro di diversi metri, ma dalle sue labbra non uscì altro che un rantolo. L’entità torreggiava su di lui e lo sfondo che li avvolgeva sembrava vibrare come un allucinazione. Come se venisse da un vecchio altoparlante, un coro distorto attaccò a volume sparato un inno drammatico, mentre l’Incarnazione continuava il suo discorso. “Ma c’è speranza per tutti! Potrei lasciarti morire, dimenticato come un rifiuto ammuffito, ma gioisci! Perché la Rivoluzione è la festa degli oppressi! Abbandona le catene che ti stringevano e unisciti a noi! Lavora per il progresso di tutti noi e sarai risparmiato!”

Una mano vermiglia si abbassò all’altezza del volto di Michail, tesa ed aperta. L’Epigone sollevò il braccio tremante. Non aveva altra scelta…

“Scegli il meglio! Scegli la qualità ai supermercati…” Il jingle di un negozio accanto fece sobbalzare Michail, strappandolo dai suoi pensieri. Doveva prendere una decisione, non poteva lasciarsi tirare dalle forze invisibili che lo attanagliavano. Michail si guardò le nocche sbucciate e le ossa sotto la pelle tirata. Se solo avesse avuto la forza per farlo…

La sua mente volò a Dalitto e Castigo di Dostoevskij, uno dei suoi romanzi preferiti di sempre. Si sentiva come il giovane protagonista, con un piano in testa per compiere un azione tremenda e pericolosa, tutto per strapparsi dalla sua condizione di mediocrità, essere un superuomo…

Ma lui un superuomo lo era già, almeno secondo le regole di questo mondo dei miti… e desiderava fare di tutto per tornare normale. Cominciò a riflettere su cosa avrebbe detto l’assassino del romanzo sulla sua situazione se lo avesse incontrato davvero per strada… la cosa non sembrava poi così assurda.
Michail urtò contro un passante, e riprendendo l’equilibrio alzò lo sguardo, che incrociò quella di un vecchio con una lunga barba bianca e un appariscente costume blu bordato di pelliccia. Per un secondo rabbrividì pensando di aver attirato l’attenzione di una nuova Entità che volesse spedirlo in un’altra pazza missione suicida, ma il panico scemò subito non appena si accorse che si trattava di un figurante travestito da Nonno Gelo e non il leggendario patrono delle feste in persona. Michail prese una strada secondaria per allontanarsi dalla folla: forse avrebbe allungato il percorso, ma si sentiva soffocare. Si fermò all’entrata del vicolo e appoggiandosi alla parete del palazzo prese due profondi respiri.
Non poteva andare avanti così a lungo.

Se il suo corpo non veniva spezzato in due dal prossimo leshi furioso o da uno spettro zarista i suoi nervi avrebbero ceduto sotto lo stress e la paranoia. Guardò le stelle, e invece di corpi celesti ad anni luce di distanza vedeva le costellazioni, i cicli immutabili e formule arcane.

Non poteva farcela da solo, doveva chiedere aiuto, anche se la cosa poteva ritorcergli contro.
“Aiuto, aiut..!” la voce del suo compagno venne spezzata quando l’enorme braccio di legno lo colpì in pieno petto, mandandolo a schiantarsi contro un parete di mattoni. Ora quel fanfarone di un surfista americano giaceva esanime a terra, i suoi occhiali da sole in pezzi davanti a lui.
Michail schiacciò la schiena contro la parete del pulmino ribaltato e strinse convulsamente il suo tagliacarte nella mano, mentre intorno a lui infuriava una rissa titanica.

Non avrebbe dovuto accettare la proposta di quella Incarnazione strafatta di acidi e che puzzava di vodka, ma la disperazione faceva fare scelte molto stupide. Ora quel furgone che lui e altri Epigoni avrebbero dovuto scortare appena fuori Mosca era stato preso d’assalto da nerboruti uomini albero guidati da un vecchio pazzo alto come un lampione

Mentre gli altri epigoni rimasti correvano intorno alle gambe dei Leshi schivando colpi che scuotevano il terreno, Michail trattenne il fiato, sperando che nessuno lo notasse. Tuttavia, in mezzo alla baraonda delle urla e dei colpi scambiati, un suono giunse alle sue orecchie, che sovrastava il baccano in modo innaturale. Da dietro il furgone risuonò il tintinnio di speroni, e con passi misurati una figura alta quanto due uomini gli comparve accanto, un uomo vecchio e spento ma con la muscolatura ancora tonica, sotto il cappotto di pelle. Il suo viso rugoso era incorniciato da una barba bianca alla cosacca, e nelle mani ossute brandiva una pesante spada ricurva. Michail Rimase immobile, tremando, ma il gigante aveva già puntato il suo sguardo infuocato. “Ti suggerisco di arrenderti, mascalzone.” Disse il gigante con voce cavernosa, mentre gli puntava contro l’arma. “Sembra che ci sia ancora qualche gloria da vincere per il vecchio Svjatagor, anche se , contro dei ribaldi come voi, è ben misera.” Michail lasciò cadere il tagliacarte con mani tremanti.

La luce dei lampioni tremava sotto le pesanti falde di neve. Nessuno sano di mente ora sarebbe per strada, almeno non in quel quartiere. Il vento soffiava come un grido acuto tra i palazzi, ma Michail si sentiva stranamente risoluto. Strinse il bavero del cappotto e avanzò nella neve che sembrava crescere come la marea intorno a lui. Si sentiva stranamente sicuro ora, liberato dall’incertezza e dal dubbio, come una pazza frenesia che lo spingeva verso un obbiettivo che poteva anche rivelarsi fatale. Ma questa volta si sentiva sicuro di andare per volontà sua e non sospinto da forze imperscrutabili. Aveva fatto un passo oltre il baratro e ora stava cadendo, ma era una caduta controllata, come per quegli uccelli troppo pesanti per volare ma che sbattendo furiosamente le ali potevano atterrare dove desideravano. Michail avrebbe voluto avere la forza per volare, volare via oltre i prefabbricati di cemento che lo circondavano come una valle stretta e ripida. La sua mente si soffermò su quel pensiero e si immaginò come un eroe in una stretta gola, che si accingeva ad affrontare il pericolo che si trovava di fronte a se. Michail sospirò, pensando che forse sarebbe stato meglio se il suo disgraziato genitore divino fosse stato un eroe mitico, che avesse potuto dargli del coraggio e la forza di affrontare questo destino infame. Ma in realtà su di lui era caduta l’ombra tragica del Milite Ignoto, e da lui aveva solo ricavato un acuto fatalismo. Che non stesse andando ad affrontare eroicamente un mostro, ma a correre contro una mitragliatrice che lo avrebbe lasciato solo, sfigurato e dimenticato da tutti in un campo fangoso?

Quel pensiero tetro lo fece sussultare, e si guardò attorno. Quel vecchio quartiere residenziale dei tempi di Krusciov era ben misero ed alienante, con i suoi palazzi perfettamente identici ed allineati, costruiti in una visione di efficiente egalitarismo, che schiacciava il singolo e la personalità. Era facile perdersi in un luogo simile, ma Michail si accorse di sapere bene la strada, benché gliela avessero descritta vagamente solo una volta. Tra i palazzi si aggiravano ombre sporche, spettri e spiriti di miseria e degrado. Quando l’epigone passava, si ritiravano nei vicoli, come spaventati dalla sua scintilla divina.

“Questo non è il tuo posto, vattene” si azzardò di bisbigliare una, prima di scomparire dietro un cumulo di neve.
Michail ebbe un brivido, ma istintivamente sapeva che non gli avrebbero fatto del male. Comminò a lungo in quel labirinto di palazzi, misurando i propri passi stanchi, consapevo dei minuti che passavano prima di trovarsi di fronte l’inevitabile incontro. Il freddo che continuava a graffiargli il viso non sembrava dissuaderlo, né le membra dure dalla fatica.

Come attratto da una luce invisibile, Michail uscì dal budello di cemento per trovarsi di colpo dove la città incontrava un bosco, e la strada passava dall’asfalto alla terra battuta. Una grossa roulotte di legno giaceva a bordo strada, la pittura sulle assi sbiadita e le tegole del tetto coperte di muschio. Dal camino di metallo usciva un fumo scuro, e la luce che usciva dalla finestra sembrava rischiarare quasi a giorno la strada di fronte. Raccolti intorno ad un falò circondato da blocchi di cemento, sedevano sulle rispettive moto tre motociclisti, intenti a fumare e passarsi una bottiglia. Chiacchieravano con voci roche, ma si ammutolirono di colpo non appena si accorsero del nuovo arrivato. Si voltarono, ed uno di loro scese di sella, stringendosi il giubbotto di pelle borchiata. Alla luce della finestra, Michail vide che i tre erano identici, se non fosse per il fatto che uno era moro, l’altro biondo e quello in piedi sfoggiava barba e capelli di un rosso fuoco innaturale. “La signora aveva detto che sarebbe arrivato qualcuno, suppongo sia tu” disse il rosso. “Togliti le scarpe appena entri, e trattala con rispetto. Sei fortunato che stanotte la signora sia nel suo stato più generoso, ma non osare approfittarne.”

Michail si limitò ad annuire rapidamente e, dopo un secondo di esitazione, fece un leggero inchino e si diresse verso la porta. La lingua gli era come morta in bocca mentre sentiva gli sguardi dei motociclisti su di lui come i cocenti raggi del sole in estate. Salì lentamente la scaletta scricchiolante che portava alla porta e, deglutendo rumorosamente, bussò due volte. Al secondo colpo si accorse che la porta era socchiusa.
“Chi è?” disse una voce, acuta come lo stridio di una porta centenaria.
“Sono… sono Michail Petrovich…” si trovò a balbettare.
“Entra.” Disse la voce all’interno e il braccio di Michail si alzò da solo per impugnare il pomello ed aprire la porta, le sue gambe di volontà propria si mossero e lo condussero oltre la soglia. La porta si chiuse dietro di lui con un colpo secco, come se per un’invisibile corrente d’aria.
L’epigone si guardò attorno e si rese conto che l’interno della roulotte era molto più grande di quanto potesse sembrare dall’esterno… oppure era finito da tutt’altra parte. Si trovava in un’ambia stanza, avvolta dalla, pareti e soffitto coperte di assi, a terra lastre di pietra grigia e vecchia tappeti dai colori indistinguibili. La maggior parte della luce veniva dallo sportello socchiuso da una grossa stufa, nera come il carbone, sulla quale bolliva un grosso paiolo di rame. Dalle assi del soffitto pendeva ogni genere di utensile, erba essiccata e animali imbalsamati. Nell’aria umida aleggiava un odore di muffa, spezie e tè.

“Gradisce una tazza di tè, Michail Petrovich?” disse la voce gracchiante, e una vecchia lampada ad olio appesa al soffitto si accese da sola, rivelando sotto di lei un basso tavolinetto, sul quale giaceva un grosso samovar fumante. Dietro l’imponente apparato c’era una vecchia, seduta su un antiquata sedia a rotelle. Aveva un aspetto decrepito, la pelle coperta di macchie e rughe, e lunghissimi capelli bianchi le incorniciavano le spalle come uno scialle. La sua bocca sorrideva, ma i suoi occhi no: restavano fissi su di lui, rivelando una luce minacciosa e inquietante.

“V… volentieri, sono piuttosto infreddolito.” Rispose Michail, avvicinandosi al tavolinetto.
La vecchia gli indicò una sedia di fronte a le. Le sue dita erano innaturalmente ossute, armate di lunghe unghie ingiallite, adunche come gli artigli di un aquila.
Appena Michail si sedette, il samovar sembrò scuotersi è rilasciò un fiotto di acqua calda in una tazza, che si tinse immediatamente di nero. La vecchia spinse delicatamente la tazza verso Michail, che ringraziò con un bisbiglio.
“Dicono che il tè di questo samovar sia molto buono” Gracchiò la vecchia. “Ma non penso che qualcuno sia così sciocco da girare in una notte di neve come questa solo per berne una tazza.”
“Io… io cerco il vostro aiuto, Baba Yaga.” Disse Michail, stringendo la tazza come un amuleto protettivo.

La strega millenaria, signora della sera, del giorno e della notte, sorrise ancora.
“Ho fama di aver aiutato molti eroi nel corso della mia storia, e anche di averne imprigionati e resi schiavi. Sei coraggioso a venire da me.”
“Non penso sia una questione di coraggio. Sono distrutto. Sono disperato. Non ne posso più di questa vita da epigone, voglio tornare ad essere un mortale e dimenticare tutto questo.” Ribatté Michail, e si sentì come liberato di un peso.
Baba Yaga prese dal nulla una tazza di tè, e ne prese un minuscolo sorso, senza distogliere gli occhi da Michail.
“Tu cerchi di sfuggire al destino che il Fato ti ha riservato.” Mormorò la strega, con voce ora più morbida. “Ma nemmeno io, che controllo il sole, le stelle, quando le foglie cadono e quando l’erba cresce, posso nulla contro le trame del Fato.”
Michal appoggiò la tazza senza averne preso un solo sorso, e chinò il capo lasciandosi sprofondare nella sedia.

Baba Yaga scosse la testa. “C’è un modo tuttavia per sfuggire alle onde di questa tempesta. Certo richiederà molta più spina dorsale di così.”
“Non so se ho la forza di continuare…” Sospirò Michail, sollevando gli occhi umidi.
La strega inclinò la testa. “Non ci sono soluzioni facili a problemi difficili, e i deboli non sono adatti a questa casa, finiscono dove meritano.” Disse, e indicò con la tazza il pentolone sulla stufa.
Michail rizzò la schiena e deglutì. “Che cosa posso fare?”
Baba yaga bevve un altro sorso, lentamente, come se stesse bevendo un intero oceano. “Quando il vento porta una barca alla rovina, l’unico modo per sopravvivere è seguire la propria rotta invece di farsi trascinare dalle correnti.”

“Ma io non conosco la mia rotta.” Ribatté Michail. “Non so proprio da dove iniziare, che intende?”
Baba Yaga sembrò guardare nel vuoto per un momento. “Il solstizio è vicino, un tempo di cambiamento. È un momento propizio per iniziare un nuovo percorso. Se non sai dove iniziare, potrò indicarti una direzione, dove compiere il primo passo.” Fece schioccare le labbra, con un aria assorta. “Un piccolo favore da parte mia, e un altrettanto piccolo che ti chiederò in cambio.”
Michail si sentì mancare, ma strinse i pugni e sussurrò: “D’accordo. Che cosa posso fare?”
Baba Yaga sorrise. Stavolta anche con gli occhi.

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